Torre dei Borgia

Foto del Monumento :http://www.imagoromae.com/public/ftp/fotoDiServizio/images/Torri-18.jpg
La torre dei Borgia ,ben visibile da Piazza San Pietro in Vincoli è stata trasformata nel Campanile della attuale Chiesa di San Francesco di Paola ; è stata costruita nel periodo di massima diffusione ( circa 300) degli edifici a Torre residenza delle più potenti in Roma , allora abitata da poche diecine di migliaia di abitanti ,con l’obiettivo di controllo delle aree urbane circostanti,di facile difesa, di manifestazione di potenza. La denominazione di appartenenza alla famigerata famiglia Borgia è di origine popolare e non documentata come è il caso dell’edificio connesso alla “salita dei Borgia”. In effetti la Torre è stata dominio delle antiche famiglie Cesarini e Margani. La tradizione popolare attribuisce alle case dei Borgia l’abitazione della famosa Vannozza amante del Papa Borgia Alessandro VI e madre dei suoi 4 figli tra i quali la Famosa Lucrezia e Cesare che giocarono un ruolo politico importantissimo in Italia nei primi anni del 1500.

– Indirizzo del Monumento : Piazza S. Pietro in Vincoli – :

– Rete trasporto pubblico : Metro B-stazione Cavour

– Orario di apertura del Monumento :

– Tempi per visita del Monumento :

– Monumenti vicini da visitare:

– Negozi caratteristici ( nelle vicinanze) :

– Link di riferimento del Monumento :

Bibliografia sulMonumento :

Cisterna delle Sette Sale

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-Breve descrizione del Monumento: Cisterna delle Sette Sale
Il grandioso complesso delle piscine delle Terme di Traiano veniva alimentato dai terminali grandi acquedotti (Claudio, Anio Novus ) situati non lontani nell’attuale complesso cosidetto “trofei di Mario) . E’ probabile che il complesso delle cisterne sia stato realizzato contemporaneamente alla costruzione delle Terme di Traiano (109 d. C.) ; dal medioevo prese il nome delle Sette Sale . In realtà il complesso , parzialmente fuori terra su due piani è formato da nove grandi ambienti paralleli . I serbatoi del secondo piano ,di capacità di circa 8 milioni di litri ,garantivano con la loro altezza un regolare deflusso delle acque verso le Terme ; Le aperture di comunicazione tra gli ambienti serbatoi erano tra loro allineate in modo da evitare la formazione di vortici o ristagni d’acqua inoltre speciali intonaci assicuravano la impermeabilizzazione dei pavimenti e delle pareti .
Nel medioevo utilizzato il complesso venne in parte usato come di sepoltura: durante gli scavi del 1967 furono trovati moltissimi scheletri. Si ricorda in proposito che, non solo al tempi della Roma di Mecenate ,molte aree dell’Esquilino ed in particolare quelle al di fuori delle mura Serviane presso la porta Esquilino, venivano usate come cimitero per gli schiavi e per rifiuti .Anche durante il medioevo ,specialmente durante le frequenti epidemie la zona veniva usata per aree cimiteriali di elmergenza non consacrate. Durante negli anni recenti gli scavi per la metropolitana o di risanamento di edifici dellì’area di Piazza Vittorio sono venute alla luce sepolture di massa , probabilmente a carattere emergenziale
– Indirizzo del Monumento- : Metro A stazione Piazza Vittorio

– Rete trasporto pubblico : Metro A stazione Piazza Vittorio

– Orario di apertura del Monumento:

-Tempi per visita del Monumento: 15 minuti

– Monumenti vicini da visitare: resti delle mura serviane + Chiesa di s. Prassede +

– Negozi caratteristici ( nelle vicinanze) :

– Link di riferimento del Monumento :http://www.sovraintendenzaroma.it

– Bibliografia sul Monumento :

Museo Nazionale d’Arte Orientale ‘Giuseppe Tucci’

-Breve descrizione del Museo : Museo tra più importanti in Europa intitolato al grande archeologo e studioso delle Arti , delle Lingue e delle Culture orientali con opere di grandissimo significato per gli specialisti , gli studenti ,gli appassionati del non più lontano mondo orientale.
Il museo è situato in una sede prestigiosa quale quella del Palazzo Brancaccio ,situato forse su uno dei più alti punti di roma. Il percorso di visita e gli strumenti di presentazione sono moderni e rendono anche ai profani facile l’approccio a mondi complessi ed affascinanti. Il percorso museale è articolato sulle seguenti principali aree tematiche :
– Vicino e Medio oriente
– Archeologia ed Arte del Mondo Islamico
– GANDHARA
– Tibet e Nepal
– Cina e Giappone

-Indirizzo del Museo- : Via Merulana, 248 – 00185 Roma
+telefono Tel. +39.06.4697481+Tel. +39.06.46974815 (Direzione)+Fax +39.06.46974837
+ e.mail : E-mail mn-ao.direzione@beniculturali.it Pec: mbac-mn-ao@mailcert.beniculturali.it

– Rete trasporto pubblico : Metro A stazione Piazza Vittorio

– Orario di apertura del Museo :

-Tempi per visita del Museo :

– Monumenti vicini da visitare:

– Negozi caratteristici ( nelle vicinanze) :

– Link di riferimento del Museo :

– Bibliografia sul Museo :

– Traduzioni della descrizione del Museo :

ORTI DI MECENATE (AUDITORIUM DI MECENATE)

auditorium_di_mecenate_largeGli Horti Maecenatis erano giardini di proprietà del ricco Gaio Cilnio Mecenate (Arezzo, c. 68 a.C.–8 a.C.), potente consigliere ed amico dell’imperatore Augusto, situati a Roma sul colle Esquilino nella zona dell’antica Porta Esquilina, probabilmente a cavaliere delle Mura serviane. L’area corrisponde grossomodo all’angolo sud-occidentale dell’attuale piazza Vittorio Emanuele II. Confinavano (ad est) con gli Horti Lamiani, come riportato dalle fonti letterarie[1].

DOMENICO ZAMPIERI DETTO DOMENICHINO

Breve descrizione del Monumento : Domenichino
(Bologna, 21 ottobre 1581 – Napoli, 6 aprile 1641)
Si è detto che fosse chiamato Domenichino per la piccola statura, è più probabile che il nomignolo si riferisse alla sua ingenuità e alla morbosa timidezza della sua indole.
Figlio del calzolaio Giovan Pietro e di Valeria,
Lo chiamavano “il lento” o “il bue” per la taciturna lentezza e la modestia nell’esprimersi. Era virtuoso, ritirato, poco amabile con gli altri. Così timido e ingenuo da meritarsi il diminutivo del nome di battesimo. Il bolognese Domenico Zampieri aveva un carattere poco incline allo scontro cosicché quando il padre lo indirizzò verso lo studio delle lettere non si oppose, si limitò semplicemente a non dedicarvisi affatto. Fu solo quando il padre si avvide dell’assoluta inefficacia dei suoi studi che il Domenichino rivelò “d’esser chiamato con violenza dalla pittura“.
Fu allora allievo di un pittore manierista fiammingo, Dionigi Calvaert, che a Bologna impartiva i rudimenti della pittura a ragazzi dotati come lui (in quel tempo erano suoi condiscepoli Guido Reni e Francesco Albani), insieme col fratello maggiore – che rinuncerà bel presto alla pittura per tornare nella bottega paterna.
Anche in quel caso, temendo la collera del maestro, non rivelò d’esser attratto dalle nuove idee dei Carracci: erano i fratelli Agostino e Annibale e il cugino Ludovico che avevano fondato a Bologna, da più di tre lustri, un’Accademia detta dei Desiderosi in dichiarata opposizione agli eccessi del Manierismo. Il maestro lo scoprì a copiare da alcune opere di Agostino Carracci e lo cacciò in malo modo. Se ne andò a vent’anni a Roma in cerca di fortuna con l’incarico di collaboratore di Annibale Carracci.
Nel 1601 lascia Bologna per trasferirsi a Roma, insieme all’amico Francesco Albani, per studiare le opere di Raffaello e collaborare con Annibale Carracci, al tempo forse il più apprezzato pittore operante a Roma.
Nel 1601 la città eterna pullulava di artisti eccellenti: Caravaggio, Annibale Carracci, Guido Reni, Francesco Albani, il Lanfranco, Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino, Giovanni Baglione solo per citarne alcuni. Non era facile essere notati. Soprattutto per un talento come il suo in cui il manifestarsi delle idee attraverso il disegno procedeva lentissimo dopo un’osservazione minuziosa e profonda sia dei corpi sia delle espressioni. Si dedicava in particolare alla mimica degli affetti che condensava in posture e sguardi di commovente semplicità. Studiava diligentemente l’anatomia e la geometria proiettiva affinché le figurazioni e le composizioni non fossero viziate da alcun arbitrio, ma armoniose, semplici, in linea con la ritrovata tradizione classicista.
Nella sua produzione trovano spazio ritratti ai nobili romani, affreschi a chiese, cappelle ed oratori, a Roma, nel viterbese, a Palermo, a Frascati, a Fano, a Napoli.
Fu scoperto da monsignor Giovanni Battista Agucchi, nipote del cardinale titolare della chiesa di S. Pietro in Vincoli a Roma. L’Agucchi era un fine teorico e cultore delle arti. Furono sue alcune tra le idee più brillanti in materia di teoria dell’arte del XVII secolo. Lo ospitò e lo incoraggiò. Di questo periodo quello che è considerato il suo capolavoro: LA CACCIA DI DIANA.
Il dipinto fu completato probabilmente nel mese di gennaio 1617. Il cardinale Scipione Borghese, l’uomo più potente a Roma dopo il papa suo zio, lo vide, avvertì l’eccezionale suggestione della metafora e se ne invaghì. Scipione Borghese non possedeva un esprit de finesse paragonabile a quello dell’Agucchi o del Domenichino, tuttavia era dotato di un fiuto insuperabile per le opere d’arte. Opere che immancabilmente faceva sue con ogni possibile mezzo.
Scrive Giovan Battista Passeri nelle “Vite de’ Pittori, scultori e architetti” (1772):
“Onde il Cardinale Scipione Borghese hauto avviso di questo bel quadro fatto da Domenico, se n’invogliò e glelo fece chiedere da sua parte, et egli si scusò se non lo poteva servire, perché l’aveva fatto pel Cardinale Aldobrandini di suo ordine. Sdegnatosi Borghese di questo mandò con violenza a levarglielo di casa e […] ordinò che Domenico fosse carcerato.” Il Passeri annota poi che, “fattolo scarcerare […] gli fece portare una certa somma di denari, che ebbe niente proporzione con la gran voglia che aveva mostrato d’havercela.”
Per un animo debole come quello del pittore il carcere e altre minacciate rappresaglie furono sufficienti a farlo cedere. Lo scorno per la violenza subita fu pari all’umiliazione di vedersi sottrarre un’opera commissionata dal cardinale Aldobrandini suo protettore.
Il meccanismo messo a punto dal cardinal nepote (Scipione Borghese) era purtroppo ben noto e collaudato e si era rivelato straordinariamente efficace in almeno due precedenti occasioni.
L’anno 1607 aveva fatto incarcerare e condannare a morte Giuseppe Cesari, più noto come Cavalier d’Arpino, uno tra i pittori più acclamati a Roma. Il pretesto era stato il suo possesso di una collezione d’archibugi. Per sottrarsi a morte certa il pittore aveva dovuto cedere al Borghese 107 dipinti presenti nel suo studio e tra quelli anche due tele del Caravaggio. Per soprammercato aveva pagato anche una penale di 500 scudi. La “forma”, tuttavia, fu preservata: l’artista firmò spontaneamente un atto di donazione alla Camera Apostolica.
Non era un grand’uomo il cardinal nipote, in compenso aveva fiuto e totale assenza di scrupoli. A considerare l’insieme delle colpe di cui si macchiò si è colti da vertigini: abuso di potere, sequestro di persona a scopo di estorsione, appropriazione indebita, violenza privata in concorso con una pletora di scherani, sicofanti e ruffiani. Così mentre a Milano si affermava l’ideale di una chiesa al servizio degli ultimi sostenuto in modo fulgido dal pensiero e dalle opere di San Carlo Borromeo e di suo cugino il cardinal Federigo, a Roma chi avrebbe dovuto sostenere la dura lotta contro lo scisma luterano dedicava tutte le sue energie all’illecito arricchimento, al compiacimento della propria vanitas di collezionista, all’esercizio crudele dell’afflizione e della persecuzione dei deboli. Un Don Rodrigo in sedicesimo questo Scipione Borghese, personaggio perfetto per la scena di un secolo in cui gli avventurieri non erano una genia atipica, un corpo estraneo nel cuore della società, ma, appartenenti a elites di ogni tipo, dai prelati agli artisti, agli aristocratici.
Al povero Domenichino non andò meglio negli anni successivi. Chiamato a Napoli per affrescare la cappella del tesoro del Duomo fu angustiato dalle continue maldicenze e calunnie dei suoi colleghi napoletani (quella che fu chiamata la “cabala di Napoli”, formata dai pittori Corenzio, Ribera e Caracciolo uniti per escludere dal loro ambiente l’artista bolognese) invidiosi di quell’incarico affidato a un bolognese.
Se ne andò a Frascati per trovar sollievo da un ambiente mefitico e ostile. Si dice addirittura che il Domenichino trovasse spesso rovinato il lavoro della giornata precedente. Per farlo tornare i committenti da parte loro non esitarono a sequestrargli la moglie e la figlia.
Non si sa se per paura o per un cattivo presentimento il 3 aprile 1641 stende il suo testamento, 3 giorni dopo morì di crepacuore, secondo altri addirittura avvelenato. Una targa a Roma, in Via S. Martino ai Monti, sulla facciata della casa che lo ospitò, ricorda quei patimenti.

-Indirizzo del Monumento – : Via S. Martino ai Monti

Rete trasporto pubblico : Metro A stazione Piazza Vittorio
Metro B Cavour –

Orario di apertura del Monumento :

-Tempi per visita del Monumento :

– Monumenti vicini da visitare:

Negozi caratteristici ( nelle vicinanze) :

– Link di riferimento del Monumento :

Bibliografia sul Monumento :

CITTADINI, OPERATORI ECONOMICI DI Via S. MARTINO AI MONTI E VIE ADIACENTI in Roma